LA VERA GIOIA è NELL’ATTESA?
di Gilberto Petrone | pubblicato il 21 giugno 2021
* * * * * "a cura di Roberta Reina" * * * * * ° * * * * *
Aspettando Godot è una tragicommedia in due atti, composta nel 1952.
Due vagabondi, Vladimir (Didi) ed Estragon (Gogo), aspettano un personaggio misterioso che chiamano Godot. I due si trovano su una solitaria strada di campagna accanto a un albero spoglio. I due discutono e litigano sul tempo e il luogo, dove hanno appuntamento con Godot, che sembra essere la loro unica speranza per fuggire dalla situazione in cui vivono, ma non sanno a che ora o in che giorno verrà, non sono neanche sicuri che quello sia il posto giusto. All’inizio passano il tempo discutendo della loro condizione e delle loro possibilità di salvezza.
Il lettore inizialmente sorride dei dialoghi a volte privi di senso dei due protagonisti e di come trascorrano il tempo e si chiederà sempre più incuriosito: chi è Godot? Chi è il soggetto che i due disgraziati attendono da così tanto tempo? È un benefattore, un criminale? È forse Dio? La fortuna? La felicità? Poi però il lettore inizia a provare una fastidiosa sensazione di logorante delusione perché non avrà mai una risposta da Beckett a queste domande, ma potrà addurre solo una propria personale interpretazione.
Sono andato a vedere questa opera al teatro (quando ancora si poteva) credendo fosse una commedia invece ho scoperto essere una tragedia. È una tragedia perché è pervasa dall’idea che la vita non è altro che un’attesa vana e infinita, in cui tutte le azioni non hanno significato e non conducono a nulla di concreto.
Ma è davvero così?
Oscar Wilde diceva che l’attesa del piacere è essa stessa piacere. Anche per Giacomo Leopardi il tempo è attesa: la vera gioia è nell'attesa, nel sabato appunto perché ci si prepara alla domenica! Per Leopardi dunque esiste solo l’attesa della felicità. Andando molto indietro nel tempo, Seneca sosteneva invece che il maggior ostacolo della vita è proprio l’attesa, perché fa dipendere tutto dal domani e sciupa il presente.
In Aspettando Godot, sembra che i protagonisti siano intrappolati in un presente infinito, caratterizzato dalla continua e ossessiva ripetizione delle loro azioni che risultano essere prive di significato, ma allo stesso tempo aspettare Godot dà loro un obiettivo e una speranza.
L’attesa per molti di noi corrisponde a quel preciso istante all’interno del quale sono racchiuse tutte le speranze e le aspettative che possa avere un essere umano.
Forse come qualcuno dice, la stessa natura umana è strutturata come desiderio, come attesa di un compimento delle esigenze di felicità, di verità, di giustizia del proprio cuore.
Oggi dentro Aspettando Godot si può riconoscere chiunque sia troppo insicuro e timido verso la vita per imprimerle delle svolte e, soprattutto, chiunque sia intrappolato in una routine di cui non è contento. Il lavoro sottopagato e incerto che ci condanna a una vita di solo lavoro, i social che ci rubano tempo e ci fanno sognare a occhi aperti le vite di qualcun altro per evadere dalla nostra, la tecnologia con le sue innumerevoli superflue distrazioni.
Durante questo anno e mezzo di pandemia abbiamo sperimentato forse un po' tutti una situazione di immobilismo e insoddisfazione, una sensazione di continua attesa inizialmente caratterizzata da speranza “andrà tutto bene”, “quando finirà ci sveglieremo in un mondo migliore”, “ci siamo riappropriati del nostro tempo”, “abbiamo riscoperto il valore degli affetti” e poi questa attesa per qualcuno è diventata sterile ed inutile e ci siamo ritrovati ad essere come i personaggi di Beckett che aspettano qualcosa che irrompe dall’esterno (il vaccino), un cambiamento totale e radicale (la fine del virus) che non dipende da noi, che non costruiamo noi.
La nostra vita riesce ad avere un senso proprio perché si erige e si forgia nell’attesa? È un bene o un male ridurre la propria esistenza ad una perenne attesa?
Il procrastinare la dieta al lunedì oppure aspettare la fine dell’anno per cambiare lavoro o effettuare determinate scelte solo in determinati periodi dell’anno o in concomitanza di specifici eventi, ci dimostra che forse come pensava Leopardi viviamo nella preparazione della felicità, ci piace affidare talvolta al futuro quella felicità che dovremmo invece chiedere al presente.
Quanti progetti, quante speranze, quante illusioni, quanti piani meditiamo sulla nostra vita, proiettati in un tempo ancora lontano!
Ma d’altronde a cosa si ridurrebbe la vita quando non attendiamo più nulla?
Un augurio speciale ai tanti maturandi che in questi giorni hanno svolto o stanno per svolgere l’esame di maturità e sono in attesa del voto oppure del test preselettivo universitario oppure della risposta di una determinata azienda che li ha selezionati per un colloquio o in attesa semplicemente di una meritata e forse insperata vacanza.
Come sempre la fine di un percorso, lascia intravedere tante speranze per il nuovo viaggio da intraprendere, non abbiate paura di fare scelte coraggiose e di seguire il vostro cuore e non restate troppo immobilizzati nell’attesa.
Utilizzate invece il vostro entusiasmo e il vostro talento per indirizzare le vostre azioni in obiettivi concreti e reali. Questa estate divertitevi (pandemia permettendo), godetevi questi mesi di vacanza estiva in attesa di un nuovo inizio.
