“Se oggi il mare fosse fatto di fiducia, molte imbarcazioni incaglierebbero nelle secche”
di Gilberto Petrone | pubblicato il 27 maggio 2021
a cura di Roberta Reina * * * * * * * * * * * * ° * * * * *
Forse questo titolo a qualcuno sembrerà troppo spietato. Sembrava anche a me.
Negli ultimi due anni ho incontrato sempre più clienti diffidenti e giovani che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro che si fidano sempre meno del governo, delle istituzioni o della propria comunità.
La pandemia che noi tutti stiamo vivendo e subendo, l’emersione di nuove paure sociali, l’acuirsi delle tensioni e delle ansie, il disorientamento e la tendenza alla chiusura, sembra allontanare sempre più il senso autentico della fiducia.
La parola fiducia deriva dal latino fides, che significa “riconoscimento dell'affidabilità dell'altro”, dunque indica qualcosa che si conquista sul campo, che richiede l'incontro e il contatto: alla fiducia non ci si può abbandonare come alla fede, che è invece un atto assoluto.
Il bisogno di fiducia nasce dalla consapevolezza dei nostri limiti. I nostri limiti ci impongono di cercare qualcuno di cui fidarci. Dio, infatti, dice il sociologo Simmel, non ha bisogno di fidarsi perché non ha limiti.
Se da un lato sentiamo il bisogno di affidarci all’altro per contenere questa terribile incertezza e disorientamento che stiamo vivendo nell’ultimo anno e mezzo, dall’altro il ricorso a relazioni fiduciarie implica necessariamente l’assunzione di un rischio, e quindi la possibilità di «scommettere» sull’azione di un altro attore, ovvero di calcolare soggettivamente la probabilità che qualcuno compia un’azione positiva o negativa nei nostri confronti, in modo da ritenerlo degno o meno di fiducia.
Credo che il venire meno del senso di fiducia delle persone oggi è dovuto al fatto che invece di instaurare fiducia nel cuore delle persone (di questo in realtà abbiamo bisogno), si è richiesto spesso più un atto di fede.
Un atto di fede che non nasce da un rapporto che due o più persone intrecciano, non viene guadagnato sul campo, ma viene richiesto a ripetizione e viene preteso per sussistere e rafforzare se stessi. E la nostra parte attiva viene eliminata: in questa dinamica non ci viene mai chiesto di agire, se non quando dobbiamo dire sì, quando dobbiamo alzare la mano per votare la fiducia o per dire che anche noi vogliamo quel prodotto o che ci atteniamo alle regole perché così bisogna fare. Quando ci ritroviamo soli a dare fiducia, senza l’altra parte che ci ha teso la mano e che ci ha conquistati, vediamo anche svanire la fiducia perché non esiste una fiducia senza l’altro.
La fiducia è un prerequisito della comunicazione. La fiducia non è solamente un’azione richiesta per realizzare scopi in un ambiente che non possiamo controllare rigorosamente, ma emerge come qualità della comunicazione che arricchisce il legame sociale di una particolare libertà, “la libertà di poter fare promesse”.
L’atto fiduciario comporta, dunque, il coinvolgimento non solo di colui che dà fiducia, ma anche di colui che la riceve, il quale deve dimostrare di essere degno della fiducia ottenuta. Entrambe le parti entrano in relazione sia nel momento dell’azione che nel momento dell’aspettativa.
Voglio concludere con una favola che descrive bene il diverso atteggiamento di fiducia delle persone. Ognuno di voi saprà con quale personaggio identificarsi.
FESTA AL CASTELLO
Il re invita tutti i suoi fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno, informandoli che ognuno riceverà anche una piacevole sorpresa.
Domanda però a tutti un piccolo favore: “chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”
Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi.
“Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!”
“Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!”
“Io un ditale!”; “Io una botte!”.
Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello.
Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua.
Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio.
Ognuno si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto.
Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione.
Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”.
Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente.
Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!
“Ah! Se avessi portato più acqua”.
