INCERTEZZA e NUOVE VULNERABILITA’ al TEMPO del COVID-19

a cura di Roberta Reina   *  *  *  *   *  *   *  *

In condizioni di incertezza noi commettiamo sistematici errori. L’incertezza genera paura e la paura genera errori. Molte volte sentiamo più di un nostro cliente dire “tengo i soldi nel conto corrente perché di questi tempi non si sa mai!”.

Mai quanto oggi è importante parlare della condizione di incertezza, di instabilità e di vulnerabilità che tutti noi stiamo vivendo quotidianamente per variegati motivi. 

La parola vulnerabilità deriva dal latino vulnerare=ferire. Dunque è vulnerabile chi può essere ferito, colui che è facile da attaccare, la persona fragile e più sensibile. Negli ultimi anni ad esserne colpiti non sono più solo le fasce sociali ed economicamente deboli, già a rischio marginalità ed esclusione sociale ma, anche, una parte significativa del mondo del lavoro salariato e della popolazione anziana ritenuti, finora, più tutelati e “protetti” dal rischio di disagio sociale. 

Tutto ciò contribuisce a dar vita a “nuovi profili di rischio”, più frammentati rispetto al passato: i giovani con occupazioni precarie e discontinue; gli adulti espulsi dal mercato del lavoro scarsamente professionalizzati; le famiglie monogenitoriali con donna capofamiglia e figli minori, le donne vittime di violenza domestica, i padri divorziati lontani dai loro figli, gli anziani lontani dai loro affetti e lasciati a sé stessi, ecc.  

Oggi assistiamo ad una vulnerabilità sociale che riguarda tutti coloro che vivono una situazione di incertezza sociale oltre che economica. È un concetto complesso, aperto ad una lettura multidisciplinare: socio-economica, etica, educativa, politica e anche psicologica. La vulnerabilità è oggi uno dei problemi della nostra società, nella quale l'individuo si confronta con lo smarrimento del presente e la paura del futuro.

La diffusione della vulnerabilità già nei primi anni del 2000 si riteneva essere fortemente legata all’indebolimento di tre istituzioni centrali per le persone: il mercato del lavoro, dove si passa da una logica di piena occupazione generalmente con contratti a tempo indeterminato ad un rapporto di flessibilità o di precarietà; la famiglia, dove si passa da una normale stabilità delle relazioni a un frequente riposizionamento che porta a una pluralità di nuclei familiari e di forme di convivenza e una difficoltà di coltivare le relazioni oltre che di confidare in esse; il welfare state, che da sistema di protezione di stampo universalistico e centralizzato capace di rispondere a bisogni standard e oggettivi, passa a una visione de-istituzionalizzata che però non riesce a rispondere ai bisogni complessi e soggettivi. 

Nel periodo pandemico tutto questo si è amplificato: la cassa integrazione paventa la precarietà lavorativa, lo smart working aumenta la flessibilità, non esistono più ripartizioni di compiti e ruoli e la conciliazione del tempo vita-lavoro diventa una sfida quotidiana; i momenti di condivisione e di relazioni sociali diminuiscono drasticamente facendoci sentire più isolati e soli. I cittadini vedono sgretolarsi alcuni punti di riferimento sui quali orientavano e/o fondavano decisioni della loro vita.

Lo sviluppo della scienza e della tecnologia che solitamente aiuta gli esseri umani a far fronte alle incertezze della propria esistenza, in questo caso invece viene meno se si pensa alla confusione e alle informazioni ambigue e non confortanti che riguardano il piano vaccini anti covid-19  e alla dilagante quanto fastidiosa infodemia che si è sviluppata nell’ultimo anno e di cui siamo stati vittime chiusi nelle nostre case davanti alle nostre TV continuamente accese durante il periodo di lockdown.

Viviamo un periodo in cui a causa del Covid ogni decisione è un rischio, ogni azione è rischiosa e perfino ogni relazione può esserlo.

«E, si sa, rischia chi gioca; e chi gioca può vincere. Se perde e ha abbastanza risorse, può rischiare di nuovo». Per chi è invece sprovvisto di titoli e risorse sufficienti, la situazione è di incertezza: una situazione nella quale si resta paralizzati, delegando fatalisticamente ad altri la decisione, oppure si ripiega su soluzioni subottimali ma certe.

Dobbiamo rivalutare il rischio di vulnerabilità senza subirlo rivalutando la dimensione attiva, realizzando un «welfare delle opportunità», il cui scopo è di aiutare i soggetti ad affrontare il rischio. Tutto questo è possibile solo attraverso l’affermazione di un'etica della responsabilità che passi attraverso la gente che da sudditi divengano attori protagonisti del loro futuro non escludendo il rischio, ma fornendo loro gli strumenti per governarlo. 

Una risorsa rilevante per contenere l’incertezza è data dalla fiducia, ma di questo parleremo nel mio prossimo blog.

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Gilberto Petrone

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